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A porte chiuse di Sartre: studio dinamico sull'assenza di emozione a teatro con la regia-imprinting di Alessia Tona

Quel che potrebbe sembrare impossibile da indagare a teatro, e a cui invece Jean-Paul Sartre dedica buona parte delle sue riflessioni filosofiche in chiave drammaturgica, è l’assenza di emozioni. Dinamismo esistenziale, simile a un'implosione, che grazie alla regia di Alessia Tona e ai suoi interpreti abita il palcoscenico e i personaggi trasferendo allo spettatore un rielaborato e forse mai così attuale imprinting con lo scrittore parigino del romanzo La Nausea (1938) e del saggio Idee per una teoria delle emozioni (1939).

A porte chiuse
A porte chiuse. L'enfer c'est les autres regia di Alessia Tona - @niketeatro

Ci si trova orientativamente in un limbo, quanto alla fine degli anni Quaranta del Novecento, a osservare, e soprattutto ad ascoltare, quel che accade nel presente lasciato provvisoriamente in eredità ai vivi. L'ascolto procede tramite le reazioni di quattro personaggi in scena: dalle loro interazioni con la presentazione di uno spazio vuoto, a quelle con l'altro e infine, da intermezzo, con la proiezione che, alle loro spalle, mostra il contenuto di una pellicola in bianco e nero.

Tale cinematografica moltiplicazione dei personaggi in scena amplifica la percezione e favorisce la messa a nudo dei presenti sul palco. Nella riproposizione del dramma in atto unico di Sartre si ritrovano i suoi 4 nuclei, fra cui il singolo Valletto (interpretato da Carlo Falconetti), e altri 3 concentrici, ossia Garcin (interpretato da Marco Masiello), Inés (da Eleonora Lipuma) ed Esthelle (da Caterina Cianfa).


Dall'opera originale dello scrittore francese si possono evincere alcune variazioni nell’adattamento della pièce. Una delle più evidenti risiede nella scenografia. Quest'ultima è ad esempio ridotta al suo grado zero, mostrando un cuore bianco appeso al soffitto a fungere da emblema, che, ormai svuotato del suo flusso, appare tanto vicino allo sguardo dei personaggi quanto per loro inarrivabile.


Quel che, nel paradosso, impreziosisce la scena - in A porte chiuse. L’enfer c’est les autres - è il movimento degli assenti in uno spazio circoscritto. La stanza senza uscita, pur essendo qui rimodellata, appare sempre come una riconoscibile metafora dell'inferno e fa da contrasto ad atmosfere blues rievocate da indossati dettagli di abiti e acconciature.

A porte chiuse
A porte chiuse in scena Teatro Tor Bella Monaca dal 16 al 18 aprile 2026

L'assoluta impossibilità di provare empatia con i personaggi di A porte chiuse è estremamente significativa. Quando si è giunti al termine di questa nuova mise en scène tale sensazione di vuoto conferma incredibilmente nello spettatore l'esito di uno spettacolo ben riuscito. Quest'ultimo esce infatti dalla sala portando con sé il bagaglio di una stratificazione che funziona anche a ritroso, che può essere indagata à nouveau fintanto che i suoi fantasmi siamo rimasti assenti, impotenti - anche nelle loro urla, come sotto tortura - di fronte all’eco della loro vita che continuava inesorabilmente sulla Terra fino a dimenticarli.


La prima impressione che si ha sui personaggi di A porte chiuse non mente. Sin dal loro ingresso in scena, si pensi - ad esempio - all'atto di varcare la soglia di Garcin, si percepisce una volontà, dell'attore, di agire l'assenza di emozione del personaggio. È una presenza, quella di Garcin, dettata quindi da un consapevole allontanamento dalla propria angoscia e che, anche oltre il palco, perfino quando si costringe a rimanere a testa bassa, in silenzio, nella finzione di un ascolto interiore, si riesce a percepire. Una sfida ardua e sottile quest'ultima che vede accendersi anche negli sguardi vitreamente disincantati o languidi di Inés ed Esthelle, le quali rispondono all'ingannevole meccanismo innescatosi al loro ingresso sotto forma di esigenza.

A porte chiuse
A porte chiuse @niketeatro con Caterina Cianfa, Carlo Falconetti, Eleonora Lipuma e Marco Masiello

Un oblio di dannati dove l’unica punizione sembra essere infine il confronto con il giudizio dell'altro, l'impossibilità quindi, da un lato, di poter realmente ascoltare il proprio sé colpevole, senza reale mortificazione, rende ancora una volta, ma da una nuova lente, i condannati di Sartre ancorati alla battuta che dà il nome alla pièce: L'inferno, sono gli altri.


Un passo in più, oltre un limbo senza grate, in cui l'esasperazione non è mai abbastanza, poiché essa stessa filtra - in questo caso - attraverso i personaggi ed è destinata a ripetersi in eterno, divenendo così specchio e soggetto permeabile dell’intera rappresentazione.


Roma (RM), Italia

Progetto artistico critico letterario No profit a cura di Giada Ciliberto 

Giornalista Pubblicista 

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