Idda (2026) di Irene Dioniso: il respiro di relazioni soprannaturali e la mutevole permanenza di ciò che scompare
Il vuoto, secondo il filosofo Byung-Chul Han, in dialogo con Simone Weil, è in grado di generare relazioni aneconomiche, vale a dire, asimmetriche, soprannaturali. Esso, si presenta come una "corrente d'aria" capace di elevarci nelle alte sfere dell'essere. Oggi, pensando a Idda di Irene Dioniso, torna alla mente l'assunto per cui ciò che Weil definisce l'etica del vuoto sia per Byung-Chul la poesia, vale a dire la vera patria universale.

Ancor prima di presentarsi come un possibile luogo fisico a cui aspirare per raggiungere la sua sommità, l'Etna, ossia "Idda" nel nuovo film di Irene Dioniso, è un libero riferimento al femminile. Il femminile terreno e spirituale, in grado di spaventare come di avvicinare gli esseri umani, ancestralmente connesso alla memoria e alla sua trasfigurazione, quanto alla natura, alla sua forza e fragilità.
La maestosità di Idda, ora ad Alice nella città dopo la prima internazionale al Toronto International Film Festival, si fa corpo e pensiero attraverso le sue magnetiche e indimenticabili protagoniste, Adele e Sofia (interpretate rispettivamente da Tecla Insolia e Romana Maggiora Vergano).
Adele e Sofia sono due amiche d'infanzia che si ritrovano trentenni, in Sicilia, dopo una dolorosa separazione. Entrambe ora desiderano raggiungere insieme la cima dell'Etna per riuscire ad avvertirne il soffio.
Il desiderio di continuare una ricerca visiva delle cose che scompaiono introduce il personaggio di Adele; dapprima immersa nel sogno, è colei che ha scelto di rimanere in quella terra, di rinnegare con coraggio il formalismo insito nella parola artista per concentrarsi sulle necessità del quotidiano, poiché nella vita, come è lei stessa a ricordare più avanti, c'è sempre qualcosa che ti trattiene. Adele si fa strada attraverso fotografie di un album appena salvato dalla pioggia e immagini oniriche che ben accomunano sensorialmente documentario e monito del cratere. Sofia, invece, essendo di ritorno per farsi perdonare da Adele, arriva da oltralpe, dove si è trasferita per non fare solo ciò che deve, portando con sé la vertigine dell'ascesa, e il suo rapporto con essa, in grado di permeare man mano l'intera narrazione.
Oltre al soffio vi è anche la sabbia scura, cenere del vulcano, che, se percepita metaforicamente come rifugio, o brace, resta soffio vitale dinanzi al cambiamento della materia fluida, nonché primo simbolo di meta-narrazione ad apparire nel film grazie alla anche scelta registica di trasmettere questo tipo di suggestioni integrando di volta in volta immagini d'archivio o inquadrature laterali, che puntano verso l’alto, al cielo, alla parte superiore delle facciate delle chiese, alle nuvole.
"Idda" è per le due amiche qualcosa che resta del loro vissuto, ma al contempo qualcosa di potenzialmente invalicabile, che, dalla sua storia, di potenza distruttiva, sembra promettere, per chi l'ha incontrata, ad esempio attraverso un legame, una qualche forma di eternità rigeneratrice.
La complicità tra Adele e Sofia è intensa sin dal loro primo contatto, momento che retrospettivamente alla visione del film potrebbe sembrare già un ricordo: quando Sofia copre gli occhi di Adele per prenderla alla sprovvista non appena la trova per prima, in sua attesa, in aeroporto.

"Idda" presenta anche un'ibridazione di codici a suggerire il tessuto di una ricerca cinematografica più ampia, quasi tangibile, come lo studio di tracce materiali lasciate dalla pellicola prima dell’inflazione dell’era del digitale. Oltre al riutilizzo di materiale d'archivio, infatti, in Idda le stesse Adele e Sofia intraprendono il loro viaggio portando con loro fotocamere diverse, che le due protagoniste si scambiano vicendevolmente donando diverse prospettive del tempo trascorso insieme, prima e durante l’ascesa del vulcano. Dalla Kodak usa e getta, generatrice di negativi fino a un determinato tempo della narrazione mai sviluppati, a una fotocamera la cui lente vedrà la sua rottura, sincronicamente con un inevitabile salto temporale, in un momento decisivo del racconto.
Come durante il cammino in salita Adele e Sofia incontrano l’altarino di una Ninfa, entrata a far parte del vulcano, l'emersione dei loro avvenimenti passati, come tasselli di un puzzle, diventa parte integrante di un altro strato dell’opera, dedicato alle tracce lasciate da una figura materna, quanto della stessa punteggiatura del film.
Dal dettaglio del sacro alla ricerca relativa all’ascolto degli inni della processione di Sant'Agata, anche gli incontri che Adele e Sofia fanno durante il loro percorso non sono casuali, ma mettono in luce e costantemente in discussione, in chiave antropologica, diverse questioni relative alle loro scelte di vita e di coloro che le circondano, confrontando generazioni e appartenenze.
Sul monito di Sofia per cui Tutto finisce, anche la stessa materialità della pellicola si contrappone all’effimero del soffio vitale, come invito, da una parte, a fare tesoro della possibilità di immortalare un momento, sapendo, dall’altra, che al tempo stesso quest’ultimo non potrà più ritornare così come si è presentato.
La ciclicità del ritorno è strettamente connessa alla possibilità di redigere su pellicola il manifesto di un'amicizia, di raccontare dall’interno le contraddizioni di un istinto di protezione disinteressato che ben dialoga in primis con il passato di Adele e il presente di entrambe le protagoniste.
L’intersezione nella narrazione dell’idea di maternità si presenta duplice in questo caso, da una parte come una scelta consapevole da compiere, in positivo come in negativo, ad esempio durante la soglia dell’età adulta, per Sofia, come nell'adolescenza, per Adele, e, nel presente, per entrambe, come ciò che non si può scegliere, quando ad esempio quest’ultima è accostata al rapportarsi con la perdita di un genitore.
Pur essendo molto diverse, l’affiatamento tra Sofia e Adele mostra nel film anche quanto possa essere doloroso conoscere tanto bene i pensieri e gli sguardi dell'altra, da rendere impossibile la possibilità di ignorare quelli che potrebbero ferire di più per timore di confrontarsi con essi. Adele, a tal proposito, arriva al punto di non poter più negare ciò che l'ha ferita anni prima di questo nuovo ritrovarsi con Sofia, ed è quello il momento in cui vediamo suggellata la loro diversità quanto lo è stato fino ad allora il trasporto della loro chimica.
Non posso dirti sempre tutto... tuona Sofia verso Adele, poco dopo aver osservato una lucciola in una notte senza sonno, invitando Adele a confrontarsi con il suo mistero, a osservarlo da lontano per poi provare a trattenerlo e infine riuscendo a lasciarlo libero.
Sofia è rappresentata dai suoi gesti tanto quanto dalle sue parole, dalla danza in treno, che somiglia a un altro monito, mentre Adele è presente nei suoi silenzi, nelle sue foto tristi, nel suo istinto ad allontanarsi di fronte al possibile pericolo, al ricordo di un’assenza o all’eventualità di oltrepassare un limite.

La colonna sonora originale e il montaggio del nuovo lungometraggio di Irene Dioniso si rivelano accurati fino all’inverosimile, sempre in ascolto, a seguire i movimenti presenti dello spazio umano e della memoria delle protagoniste, riuscendo a salvaguardare la loro interiorità pur rimanendo costantemente immersi nei luoghi che circondano "Idda".



