La complessità di abitare il rimosso: antichità e tempo sospeso in Kala di Carlo Falconetti
- Giada Ciliberto

- 24 mag
- Tempo di lettura: 2 min
Cimentandosi nella sfida di ricreare un ecosistema sonoro di un altro tempo, o un portale tra la contemporaneità e un’antichità tanto altomedievale quanto indefinita, Carlo Falconetti intercetta lo sguardo dello spettatore e lo guida dall’interno attraverso la perturbante visione del suo protagonista.

Con il suo cortometraggio, Carlo Falconetti ci invita a partecipare metaforicamente all'imminente scioglimento della neve che circonda un rudere abbandonato. Tale fortezza difensiva è infatti anche il luogo della stasi o della tortura del protagonista.
Realistica nei dettagli quanto immaginata nella percezione, il regista lascia che si capti una soglia già dalle prime inquadrature, come a voler suggerire allo spettatore che avrà a che fare con l’ingresso in una sensazione.
Kala è attualmente disponibile su "PrimeVideo" - e, dal 2021, continua il suo viaggio di chiaroscuri. Il corto indaga il limite di una percezione d’ingresso, qui ripetuta e impossibile da trascurare, poiché in grado di innescare un dialogo tra un'oscura emozione passata e ancora sospesa, come potrebbe accadere dopo un incubo, e delle fessure da cui filtra una luce lontana.

Mettendo alla prova il suo protagonista nell'abitare questa penombra, Kala non mostra le paure che si abitano in un interno fisico preciso, ma il terrore del buio che si prova quando si resta a occhi chiusi troppo a lungo, serrati nel proprio ricordo.
Simile alla consecutiva caduta di una goccia d'acqua, oppure a uno sguardo che vorrebbe fuggire il punto d'origine di un fantomatico soffitto in rovina, in Kala il riuscito tentativo di uscita da un loop del protagonista sembra combaciare con la gratitudine che si esprime al termine di un'intima riflessione, quando in gioco non può più esserci il salvataggio di ciò che resta ma la condivisione delle memorie più dolorose.
Perfino quando il rimosso sembra acquisire le sembianze di una creatura mostruosa, a metà tra un demone e un orco, in Kala si dà spazio alla percezione umana e tattile di un braccialetto di cuoio. Quest'ultimo è simbolo, nel cortometraggio, di un’amicizia fraterna, che, dopo essere stata spezzata nella perdita di terreno di una corsa nel bosco, vorrebbe ora sopravvivere nel ricordo di un confidente focolare.
L’alternanza tra occhi chiusi e occhi aperti del protagonista segue l'evolversi dell'impossibilità di accettare la morte del proprio migliore amico ed è quindi solo in quel momento, quando la perdita viene messa a fuoco ad occhi aperti, che il cuore silenzioso del corto inizia a giungere alla sua stessa frammentazione, trasferendo ciascuna delle sue tracce, da un angoscioso sostrato boschivo senza uscita, ad uno scenario surreale inondato di luce.

Accanto al luminoso specchio di un lago, come fosse appena reduce da un risveglio, il protagonista di Kala suggerisce progressivamente allo spettatore in che modo un trauma possa trovare un luogo sicuro, sia che questo avvenga grazie al consapevole ascolto del proprio respiro che a quello di una buona compagnia.
Tutto è soltanto una volta


