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Tra ricordi, testimonianze e altre indagini: torna Filmucci con Roberta Martinelli, Arianna Sciancalepore, Letizia B. Gusmini, Andrea Rampini e Giuseppe Coniglio

  • 2 giorni fa
  • Tempo di lettura: 7 min

Per fortuna, in un uggioso mercoledì di fine febbraio, c'è chi preferisce il Cinema Greenwich a Sanremo e si ritrova nel mezzo del sesto episodio di Filmucci, rassegna di cortometraggi in sala come atto politico mediata dal collettivo cinematografico indipendente Chuormo nel cuore di Testaccio.

Filmucci 6
Filmucci 6 - Piccoli film sul grande schermo

Nella nuova puntata si alternano, o si mescolano fra loro talvolta, ricordi d'infanzia, testimonianze nella natura, fantasmi e altre straordinarie indagini sulla condizione dell'artista.

Filmucci
Dibattito in sala al Cinema Greenwich

Barcelona 55 di Giuseppe Coniglio è un film che nella forma ammicca al documentario, lasciando che lo spettatore si chieda cosa ci sia di vero e cosa riguardi invece la finzione. In una Barcellona caldissima e caotica lo spettatore è come immerso in una situazione relativa a un regista che vuole realizzare il suo film.


Il cortometraggio nasce nel giugno del 2022 come un esercizio di stile, di libero stile, in occasione di un percorso scolastico che il regista ha intrapreso in Spagna al tramonto della pandemia.

Il suo desiderio è stato quello di realizzare un documentario che potesse svelare in che modo i festival musicali si stessero approcciando a una nuova riapertura.

Lo spettatore è, come il regista, sommerso in una città simbolo dell’umano desiderio di fare festa, e vive in un’atmosfera amplificata da un sentimento di attesa in contrasto con una stasi metaforica depositatasi in qualità di denso alone alle loro spalle.


Il piccolo film si presenta come una storia nutrita di testimonianze, che non ruota attorno a un singolo evento ma a innumerevoli luoghi di Barcellona, e lo fa attraverso gli occhi intrisi di pathos del regista.


Il regista, mentre vive la città, indaga un certo modo di fare cinema e, a livello espressivo, sceglie di utilizzare la camera analogica, prediligendo i colori per il documentario e il bianco e nero per le parti che riguardano la finzione.


Il cortometraggio vede susseguirsi lo spostamento di due attori tra interni ed esterni, per lo più in luoghi pubblici, grazie a un utilizzo pressoché esclusivo di piani sequenza, la cui riuscita denota un lungo lavoro di prove pregresse rispetto al momento delle riprese.


Sottolineando la differenza tra quello che si vede in camera, vale a dire gli attori che vi recitano, e quello che accade dietro alla cinepresa, il film lascia emergere soprattuto un dialogo tra la vita vera, in strada, e la stratificazione del pensiero creativo delegata invece ai momenti di finzione.


Barcelona 55 racconta sì l’arrivo in città di un regista ma si nutre tanto di sopravvivenza, in relazione a un’ondata di caldo record, quanto di un volontario accostamento tra musica elettronica e musica classica, a rendere il tutto, finanche la caotica atmosfera della città e il suo dinamismo, qualcosa di sacro.

Barcelona 55
Barcelona 55 di Giuseppe Coniglio

Ammazzalupi è un film breve e incisivo che nasce da un'idea molto chiara, precisa, ma che si colloca, in qualche modo, anche un po' fuori dal racconto.

Il piccolo film di Arianna Sciancalepore si muove infatti sulla ricettiva elaborazione di un’ipotesi, di un parallelismo tra la sorveglianza animale e la sorveglianza umana, a cui si arriva nel finale.


Realizzato per i Tre minuti a tema fisso del Bellaria Film Festival, sulle soglie di una deadline, Ammazzalupi vive nella foresta, nel ricordo della regista di un viaggio a Rio, e attraverso la pellicola nell’immagine, impressa nella memoria e poi riadattata, di un albero e di un paio d’occhi.


La riflessione che ha dato vita al film nasce dalla rielaborazione di un ricordo personale, da uno sguardo che nella realizzazione diviene circolare, anche grazie all’utilizzo di due differenti materiali d’archivio. Da una parte vi sono le riprese provenienti dalle telecamere di sicurezza sul trappolaggio di lupi in Italia e dall’altra le immagini generate da videogiochi in modalità gameplay.


Approfondendo la condizione del lupo, intrecciando differenti immagini di repertorio, il film crea un possibile passaggio dalla sorveglianza animale alla sorveglianza umana, utilizzando come tramite la legge che in Italia permette al lupo di essere ipervigilato e limitato.


Il passaggio, più che una metafora, è una possibile chiave di lettura della nostra società, fino a sconfinare in un’ipotesi sempre più stringente, e in alcuni casi già più che vicina al reale, sulle conseguenze del tecno-capitalismo del controllo.

Nel film il lupo si fa tramite di questo passaggio, dopo che l’Uomo ha preferito sopprimere qualcosa dell’animale invece che affrontare la sua paura, nonché simbolo, per eccellenza.


Ammazzalupi
Ammazzalupi di Arianna Sciancalepore

La prima domanda che sorge spontanea dopo la visione de L’incredibile storia di Paolo Riva è: “ma voi come vi siete conosciuti?”

Come tutti i casting più folli, il piccolo film di Andrea Rapini nasce con uno scambio su Facebook a sceneggiatura conclusa, con la sorprendente prova di una scena e uno showreel ancora più folle.


Il complimento che più mi dà soddisfazione? È che a volte molti credono che sia  un documentario.

In molti mi dicono: “ho cercato su Google, Instagram e Spotify, Paolo Riva Official. Con Spumante e cioccolatini ha praticamente scritto una pietra miliare della canzone italiana”.


Nel corto di Andrea Rampini lo spaccato di una provincia italiana del centro-sud ruota tutto attorno al personaggio di Paolo Riva ed è così paradossale da far costantemente pensare allo spettatore: “può essere vero”.


Il personaggio di Paolo Riva, cantante di musica leggera e fonte di mirabili avventure, è interpretato da Enrico Muraro che, da artista eclettico, fa la differenza grazie alla sua capacità di improvvisare, di parlare di se stesso di fronte alla camera senza averne soggezione.

L’attore inoltre suona e canta già in una band e il regista pertanto avrebbe costruito il personaggio su di lui anche per questo motivo.


Da una parte il film si sviluppa grazie al forte desiderio del regista di voler riscoprire e raccontare alcuni territori della sua vita rimasti fino a quel momento inesplorati e dall’altra di assecondare un’improvvisa nostalgia per le cose che prima gli sembravano inutili, come, ad esempio, le processioni.

Il corto deriva quindi da una presa di coscienza, dalla volontà del regista di raccontare la scoperta di un potenziale tragicomico ed estremamente malinconico della provincia connesso all’entusiasmo che caratterizza la sua interazione con gli artisti.


L’incredibile storia di Paolo Riva si dedica però anche al tema della menzogna.

Pensando ad esempio a L’avversario di Carrère, Andrea Rapini riflette su quella che lo scrittore francese definisce una malattia, qualcosa che appare come una droga - in modo molto intuitivo, o come qualcosa di più, che può nascere da dentro e trasformarsi in metastasi, in un meccanismo di sopravvivenza.


Ecco Paolo Riva è anch’esso vittima di questo meccanismo di difesa, ma non crolla, come accade in Carrère, “non c’è nessun fattaccio”. Il corto infatti può sembrare piatto di primo acchito, poiché inizia e finisce mentre il protagonista è rimasto identico, “anche se dentro è successo di tutto”.

L'incredibile storia di Paolo Riva
L'incredibile storia di Paolo Riva di Andrea Rampini

Il cortometraggio di Letizia Gusmini termina in sala con un applauso sentito. La regista spiega che la genesi di Bintu è entrata in relazione con il desiderio di interrogarsi sull'identità, su chi siamo, su cosa vogliamo e su cosa possiamo cambiare.


Il piccolo film nasce dalla volontà di rendere condivise le scomode testimonianze a partire da un singolo vissuto traumatico. In fase di realizzazione si parte quindi dall’ascolto e dalla rielaborazione di un frammento di vita particolarmente burrascoso, indagando il tentativo di una donna di cambiare il proprio vissuto. La trasformazione, che appare sotto forma di indotta costrizione, culmina poi in modo brusco, rompendo - a tutti gli effetti - il vetro dello specchio.


Bintu nasce da una storia vera, dal racconto di una ragazza che desiderava cambiare il colore della propria pelle tramite l’utilizzo di saponi sbiancanti.

Le emozioni della protagonista del racconto nella realtà sono state trasferite in scena dall’attrice del cortometraggio, Mimi Karbal, che ha lavorato in stretta collaborazione con la regista per la sua riuscita.


Con un ritmo fascinoso e sottilmente incalzante, il corto lascia libera interpretazione allo spettatore sull’obiettivo dell’utilizzo di saponi specifici da parte della protagonista. L’abitudine della giovane donna potrebbe infatti essere percepita anche attraverso altre chiavi di lettura.

Una fra queste è quella di suscitare in chi guarda il piccolo film una riflessione che possa andare oltre la sfera tangibile o la sopravvivenza della protagonista in un contesto esterno ostile e violento, entrando invece ancor più nel merito della sua intimità, come - ad esempio - attraverso la volontà di cancellare o cambiare una parte del proprio passato.

Bintu
Bintu di Letizia B. Gusmini

Facciamo che siamo marito e moglie riesce a cogliere in maniera molto asciutta e determinante un momento, una nostalgia precisa, del nostro passato.

Il piccolo film di Roberta Martinelli lascia immagini e percezioni indimenticabili nella mente dello spettatore, riuscendo a rievocare quel sentimento, tra tristezza, delusione e impotenza, che potrebbero aver provato tutti almeno una volta nella vita.


Creando una sfera sospesa e avventurosa di dialogo tra temperamenti e colori differenti tra loro, proprio come potrebbe accadere in una simile fase della vita, Facciamo che siamo marito e moglie svela un possibile scorcio di una o più adolescenze passate, in cui ci si ritrova costretti a separarsi dall’intensità di un’amicizia appena sbocciata durante le vacanze estive.


Il cortometraggio di Roberta Martinelli si sviluppa nel corso della sua pregressa esperienza all’interno del laboratorio Becoming Maestre, una realtà cinematografica che coinvolge solo donne e che le vede tutte impegnate in ogni reparto (dalla sceneggiatura alla regia, dalla fotografia al montaggio e dalla produzione al suono), per poi lavorare in parallelo, con dei limiti di tempo, ma avendo a disposizione location e attrezzature per poter sviluppare le proprie storie.


Sulla dimensione della finzione del film e del suo gioco di ruoli, la regista ha preferito lavorare sul set senza allontanarsi dalla dimensione del gioco. Durante il casting si è affidata pertanto a due bambine, entrambe attrici, poi divenute protagoniste del cortometraggio poiché davano l’impressione, con i loro comportamenti, di conoscersi da sempre.


Da questo punto di vista quindi il discorso sul gioco relativo allo scambio di ruoli, che resta uno dei fili conduttori del film, sarebbe risultato naturale da mettere in pratica, in preparazione e durante le riprese.

Roberta Martinelli
Facciamo che siamo marito e moglie di Roberta Martinelli

L’idea del cortometraggio è nata dal desiderio della regista di voler ricreare nella finzione quella tipica dinamica del gioco, da cui il film prende il nome, a partire da suggestioni connesse a un ricordo personale, da un’amicizia quindi sbocciata in un’estate e conclusasi, come spesso e universalmente accade, spezzandole il cuore.

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Roma (RM), Italia

Progetto artistico critico letterario No profit a cura di Giada Ciliberto 

Giornalista Pubblicista 

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