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Chuomo sul nuovo sguardo alla vita di chi sogna il cinema per Tienimi presente di Alberto Palmiero

  • 1 giorno fa
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Aggiornamento: 11 ore fa

Nicholas Nahuel Turchi e Marco Vinz Pinnavaia introducono il dibattito in sala in occasione dell’evento "Volevo fare un film", moderato dal Collettivo cinematografico indipendente Chuormo e tenutosi giovedì 19 febbraio al Cinema Greenwich di Trastevere. Due sale hanno ospitato l’incontro in occasione dell’anteprima speciale di Tienimi presente, opera che sancisce il debutto alla regia in materia di lungometraggi di Alberto Palmiero.

tienimi presente chuormo
Chuormo per Tienimi presente (2025) di Alberto Palmiero

Tienimi presente di Alberto Palmiero crea una relazione con la necessità, che può essere la necessità di fare un film, ma anche la necessità di voler fare qualcos'altro. E lo sguardo che c'è nel film è proprio quello di chi guarda al cinema, e lo fa attraverso la vita, che forse è l'unico modo per guardare al cinema.


Dopo la proiezione il pubblico si è confrontato con il regista e i suoi ospiti, tra cui Marco Bellocchio, Gianluca Arcopinto, Susanna Nicchiarelli e Daniele Luchetti. Si è parlato insieme di cosa significa essere giovani e affacciarsi al mondo del cinema.

 

Contentissimo, dando le spalle alla proiezione appena conclusasi, Alberto Palmiero appare al pubblico mentre i titoli di coda continuano a indugiare alle sue spalle.

Volevo fare un film  Greenwich
Volevo fare un film al cinema Greenwich
ALBERTO - Il cinema è un grande compagno di vita, come qualsiasi mestiere creativo. Ti aiuta a mettere in ordine le cose della vita e la vita vince, la vita è la nostra bussola.

NICHOLAS (Chuormo) – Come va? Tutto a posto qui?

ALBERTO – Bene, bene, io mi sento piccolo, piccolo, vicino a questi ospiti.

 

Applausi

 

NICHOLAS – Allora, di solito, quando vediamo un film, mi sorge sempre spontaneo chiedere come nasce il film, “qual è l’origine di questa storia”, ma in questo caso direi che l'origine e la storia della sua nascita l'abbiamo appena vista messa in scena. Quindi mi piacerebbe chiedere più direttamente come nasce, qual è stata la molla che è scattata per dire “questo è il film”; in che momento ti sei visto, anche a livello produttivo, vi siete visti, e avete deciso “ok” il film sarà questa storia vissuta, sul personale?

 

ALBERTO – Allora sì, diciamo che si tratta di quello che mi ha restituito questo film, e in generale, del tentativo iniziale per cui l'ho fatto, che era quello di riappropriarmi del mezzo.

 

tienimi presente greenwich
Volevo fare un film al cinema Greenwich (Chuormo - Fandango)

Prima ancora della storia, prima ancora di tutto, c'era un discorso quasi “di principio”, perché ho sempre avuto il desiderio, nei vent'anni, di fare cinema, e viste le dinamiche di quest'arte, che è un'arte inevitabilmente molto complessa, è difficile poi ritrovarsi nella situazione di poterle “fare” queste storie.

Soprattutto dopo aver frequentato una scuola come il Centro Sperimentale, che è una scuola che “ti vizia” forse, per certi aspetti, e quindi si vive il cinema con una bella troupe, delle persone che ti ascoltano, eccetera. Quindi, per me, quando è finito tutto, e sono tornato nel mio piccolo, a fare l'informatico, volevo riprendere la telecamera in mano e riscoprire che fosse comunque possibile, con pochi mezzi, “fare quest'arte”.

Da questo è partito tutto, da un tentativo che era per me importante. Avevo bisogno di dimostrare a me stesso che la vita può portarmi ovunque, ma ancora oggi lo dico a me stesso: il cinema è una cosa che mi deve accompagnare sempre.

È stato questo che il film poi mi ha dato ed è andata anche fin troppo bene, voglio dire, poteva non andare così.

Lo dico perché Alberto, il personaggio, potrebbe anche non realizzare il suo sogno, l'importante è che lui ce l'ha e che lui sa che è possibile. È questo che ha cambiato proprio qualcosa di interno.

 

NICHOLAS (Chuormo) – Mi interessava chiedere anche ai tuoi colleghi qui accanto a noi che Alberto appunto viene dal Centro Sperimentale, da una scuola e da un contesto pedagogico che insegna a fare cinema con produzioni, con una troupe al suo fianco.

Come è stato per voi ricevere da parte di Alberto la proposta e la richiesta di libertà di poter fare un film in modo più intimo, in modo più personale. A livello pedagogico questo come vi ha coinvolto personalmente nella produzione del film?

 

MARCO (Chuormo) – Cogliamo l’occasione per ringraziare gli ospiti. Siete liberi di intervenire, visto che l’evento parla proprio di “Volevo fare un film”. Quindi chi prende l'onere della risposta pedagogica?

 

F. ARCOPINTO – Buonasera. Allora, forse l'onere di raccontare questa cosa me lo prendo per forza io. Perché lui è un allievo di regia, io sono un insegnante di produzione, e da quando l’ho conosciuto ho capito che c'era qualcosa che mi incuriosiva in lui. Quando, dopo tre anni, mi ha raccontato l'esigenza che aveva di fare un film completamente libero, io gli ho detto: guarda, secondo me tu non puoi fare un film che si incastra con le sceneggiature. Devi fare quello che ti senti di fare.

 

È stato difficile stare dietro ad Alberto perché è stata una seduta di psicanalisi quotidiana, anche se per me fa parte dell’essere un produttore e quindi l'ho fatto con piacere. Poi lui è andato con le sue gambe, tranquillo. Insomma sono molto contento che quel ragazzo che aveva difficoltà a raccontare cosa voleva fare è riuscito a fare questo film.

È una grande soddisfazione perché per me fare questo, accompagnare una persona a coronare una specie di sogno, perché il film è anche un sogno, ti gratifica, al di là di quello che sono poi le questioni economiche di cui non mi è mai importato niente.

Ma è giusto così, perché non ho mai badato a quello che poteva diventare un film, invece ho badato molto all'accompagnare una persona più giovane a far coronare il suo sogno.


Non ricordo neanche il giorno in cui tu ci hai fatto leggere, ci hai raccontato, un corto, non mi ricordo, ho detto: “beh qui sarà problema trovare l'attore” e tu hai detto “ma sono io”. Questa cosa ci ha colti tutti di sorpresa, ti ricordi?

 

D. LUCHETTI, invece, ricorda gli anni successivi al Centro Sperimentale per Alberto, in cui il regista avrebbe iniziato a dedicarsi a quella che oggi appare chiaramente la sua poetica, legata, come accade in Tienimi Presente, anche alla sua recitazione.

 

Se è vero dunque che nelle prime cose che uno fa c'è già tutto, questo è il caso di Alberto Palmiero.

Nella sua idea iniziale sul cinema c’era già la sua comicità, come ricordano i suoi insegnanti, così come la sua tristezza malinconia. Il fatto di raccontare che essere giovane non è una cosa allegra, che essere giovane può essere una cosa tristissima.

 

Anche per questo motivo è stato inevitabile che Alberto, dopo aver concluso la fase di scrittura, affidasse il personaggio del sé di quel momento a se stesso nella finzione, per poter raccontare qualcosa di nuovo.

 

Nella bolla del CSC, dove in tre anni un po’ “ti racconti delle cose che non sempre poi combaciano con la realtà”, Alberto ne è uscito smarrito, ma ha fatto tesoro delle sue esperienze per trasformarle nel suo prossimo futuro. Dopo aver fatto parte di una classe molto eterogenea, nella quale ha vissuto un’esperienza formativa in grado di andare a giocare su diverse sfumature, ha potuto imparare dai suoi insegnanti, da una parte, a "ribaltare" le storie con Daniele Luchetti, oppure a "cercare" meglio dentro di sé con Susanna Nicchiarelli.

 

Questi sguardi si sono compiuti nel dialogo tra di loro e hanno portato alla scrittura e alla lettura finale dei dialoghi del film. Dialoghi “perfetti – nel senso che, in qualche modo, non erano mai diretti su quello di cui si stava parlando, ma erano sempre qualcosa di laterale. Riuscivano a portarsi dentro una malinconia, un significato, e scrivere dialoghi così è una cosa difficilissima".

 

CECILIA RIZZUTO (Chuormo) – Di tutte le cose che hai fatto, anche del primissimo corto con cui sei entrato al Centro Sperimentale, hai trovato delle realtà, o ti sarebbe piaciuto trovare delle realtà, in cui fare comunità, in cui si potessero condividere problemi, idee, pensieri, sogni? Volevo chiederti se hai mai fatto questo tipo di esperienza oppure se avrebbe potuto rivelarsi utile.

 

ALBERTO – Allora, diciamo che mi sono avvicinato tardi al cinema, questa è la cosa principale. Nel senso che è stato veramente qualcosa che è nato con la più grande sincerità possibile e le mie conoscenze in questo senso, quando sono entrato, erano veramente scarse. Poi fortunatamente si cresce, si capisce che invece è un mestiere fatto di complessità e anche di grande allenamento a guardare, a capire come si racconta una storia, quindi uno si deve allenare e ho avuto un grande periodo di assestamento e anche di consapevolezza.

Io sono contento che qui si siano create delle realtà, in questo cinema, come il vostro collettivo, che forse qualche anno fa non esistevano e quindi che diventano un luogo per registi, per confrontarsi sui loro lavori.

Dal canto mio, al di fuori dei miei compagni di classe, sono pochi i festival dove si è riusciti a radunare tutti i registi dei corti e poi abbiamo dovuto fare gruppo. Comunque sono cose che, sì, fanno molto la differenza.

 

PUBBLICO – È cambiato il tuo rapporto con la tua famiglia prima e post film o durante?

 

ALBERTO Vivere il film che si realizza è come un regalo. Quello di poter rivivere tante situazioni realmente accadute e di poterlo fare con i veri attori di quelle situazioni, con le loro emozioni e anche l’inadeguatezza di alcuni momenti, e infine, attraverso il fare cinema, farci pace.

 

MARCO PITTIGLIO (Chuormo) – Altra domanda per gli ospiti, vista la sala piena di ragazzi che amano il cinema, si chiede cosa significhi esordire, fare un film per la prima volta, e quale possa essere un consiglio da trasmettere a chi desidera fare lo stesso oggi.

 

M. BELLOCCHIO Ognuno ha la sua storia e dunque si tratta di qualcosa che non è pianificabile, paragonabile.

 

Il regista spiega, però, che ci sono delle relazioni fondamentali. "Quello che dovrebbe succedere un po' a tutti quanti è di confrontarsi più o meno con i coetanei. Provare con persone che sono più o meno simili" alla propria sensibilità, "che stanno esordendo", soprattutto "a partire dai produttori" e così creare una squadra. Se sarà fortunata o meno non è prevedibile, però una comunità tutta, concentrata "sullo stesso desiderio, con gli stessi gusti" e la stessa intenzione, può essere un buon punto di partenza.

 

D. LUCHETTI – All’inizio, quando insegnavo al Centro Sperimentale, facevo sempre una domanda.

Che cosa sai tu che gli altri non sanno?

Perché quello è il tuo cinema.

E ovviamente nessuno sapeva rispondere.

Ogni tanto qualcuno faceva un film con cose che servivano solo lui, ma non le sapeva consapevolmente. Quindi in realtà una ricetta io non ce l'ho su questo. Quello che vedo è che ogni tanto si aprono le porte del cinema, entrano 10 persone, poi si richiudono.

Per qualche anno si riaprono e ne entrano cinque insieme. Queste irregolarità, secondo me, sono dovute anche a un fatto generazionale. Ci sono generazioni che si compattano, non in tutti i casi ovviamente, e Alberto fa parte di quei rari esemplari da Centro Sperimentale che ha messo al centro di tutto quello che lui sa.

 

S. NICCHIARELLIDiciamo su nove che esordiscono con la passione per il cinema ce n’è uno che esordisce con la passione per la verità, per le cose vere, e Alberto è uno di questi rari casi.

Fare il lavoro del regista è interessante quando tu hai una tua visione del mondo, hai uno sguardo e lo racconti, lo porti fuori.

È chiaro che è molto più difficile, perché poi sei soggetto al giudizio degli altri e questo comporta una grandissima sofferenza. Però è un'altra cosa, questo è un lavoro per cui vale la pena soffrire. Quell'altra cosa, cioè essere parte di una filiera o fare dei film che somigliano ad altri film, perseguendo un successo commerciale, secondo me, quello non è un bel lavoro.

Sul discorso che, nel film, fa il suo amico informatico, ad esempio, io sono scoppiata in lacrime, perché è un discorso esistenziale.

Se mi rivolgo ai giovani che sono qua, al rapporto con quello che scegliete di fare nella vita, non è soltanto appunto tra fare o non fare cinema, ma sul voler essere felici, volere e poter scommettere.

È una cosa profonda quella che tratta il film di Alberto e che non è legata solo al fare cinema, è un discorso esistenziale molto più profondo.

 

PUBBLICO – Abbiamo visto il tuo esordio, il tuo primo lungometraggio, in una sala piena e sono stati meritevoli tutti gli applausi. Mostri al pubblico e ti mostri al cinema con un'opera estremamente personale, in cui presenti i tuoi genitori, il tuo sogno e tutto il resto. Questo punto di partenza dove ti porterà per i prossimi progetti, come pensi di sviluppare per i prossimi progetti questo trasporto e questa sincerità?

 

ALBERTO –  Non è detto che lo farò allo stesso modo, però quest’esperienza mi ha donato qualcosa che sicuramente mi incuriosisce, che vorrei indagare ancora. Mi piacerebbe tornarci nuovamente in questo modo, un po' come debitore di un filone di cinema indipendente europeo e americano.

È un grande lusso poter girare così, però forse non posso fare come prima, qualcosa di così vicino alla mia autobiografia. Anche la questione di recitare al suo interno è una cosa su cui sono costantemente combattuto.

 

PUBBLICO – Però anche qui, secondo me, l'autobiografia passa in secondo piano, perché tu hai una capacità di osservare veramente quello che ci capita. In modo sicuramente diverso, unico, originale. Almeno per me è la prima volta che vedo un ragazzo che mi parla di cose che sento anch'io e non necessariamente ora anch'io voglio fare cinema.

Al di là del fare cinema, infatti, si tratta di quella malinconia, di non trovarsi nel posto giusto. Quindi vorrei chiederti, come sei riuscito a scrivere queste sensazioni?


Locandina di Tienimi presente dal 26 febbraio al cinema (Villa Mirafiori)
Locandina di Tienimi presente dal 26 febbraio al cinema (Villa Mirafiori)

 

ALBERTO – Penso che sia una sensazione comune anche per chi sogna altro e, come dici tu, alla fine, mi sono staccato dalla mia autobiografia a un certo punto. Mi sono dovuto guardare come personaggio terzo e cercare anche di capire come raccontare al meglio questa storia.

Non volevo rendere meno stimabile il personaggio di Alberto e quindi la sfida è stata, sì, entrarci attraverso la commedia, ma soprattutto trovare un tono adatto.



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Roma (RM), Italia

Progetto artistico critico letterario No profit a cura di Giada Ciliberto 

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