Il diritto di convivere con diverse identità: sguardo contemplativo, estraneità e ripetizione come attraversamento del Sé in Belonging Syndrome (2026) di Francesco Bagnati
In questo periodo storico, in cui l'appartenenza a un determinato luogo non dovrebbe somigliare ad altro se non a uno stato d’animo condiviso su ampia scala, il regista Francesco Bagnati si inserisce in una riflessione necessaria, ponendosi in ascolto di un'intima testimonianza e indagando, comparandoli fra loro nel segno della continuità percettiva, i concetti di identità, smarrimento e ineffabilità.

Dopo aver citato le quattro basi del Sutra della consapevolezza (corpo, mente, sensazioni e fenomeni) il documentario ha inizio invitando lo spettatore a osservare l'ignoto e i limiti statici dello spazio che si stagliano di fronte agli occhi di Duang, una ragazza italo-thailandese di seconda generazione.
Il regista di Belonging Syndrome (2026) accoglie questa visione dualistica del mondo rimanendo in ascolto attraverso la camera e presentando la giovane donna in qualità di protagonista del suo nuovo documentario.
Per indagare con Duang i possibili confini del linguaggio e del mondo esterno, Bagnati sceglie di sostenere eticamente l'attraversamento di uno spazio liminale, creato - fra il reale e l'immaginario - da uno sguardo estremamente personale e che sia progressivamente in grado di dialogare con i timori e i desideri della collettività.
Le prime inquadrature del film vengono irradiate da una foschia lieve e luminosa, che arriva a svelare i dettagli di un paesaggio naturale ad accezione malinconica. Sebbene alcune di queste inquadrature si rivelino statiche, l'orizzonte che esse intendono mostrare allo spettatore resta percepibile come una materia fluida, appena animata dai pensieri della ragazza.
Includendo dunque un dialogo tra sentire ancestrale e contemporaneo, il documentario rivela anche un curioso establishing nella storia di Duang dal punto di vista di una statua, che poco dopo appare di spalle, come intenta ad attraversare il suo presente.

La scia del pensiero di Duang - il cui nome tradotto rimanda a una fonte di luce - filtra talvolta da una cornice alberata, in una palette autunnale, oppure attraverso e oltre le vetrate di un monastero. Il film segue infatti la tipica giornata della ragazza al suo interno e ha inizio con una serie di interrogativi dal respiro quotidiano, per poi sconfinare dall'intimità della forma diaristica alla simbolica universalità di riti connessi alla temporanea permanenza della ragazza e della sua famiglia all'interno del luogo sacro.
Seguire il flusso di pensieri della ragazza, tra allegorie e movimenti offuscati, che mimano un andamento sospeso tra il ricordo e il presente, permette allo spettatore di riflettere sull'impossibilità dell'Uomo di rispondere a un'identità univoca, fino ad arrivare a indagare le reali conseguenze che determinate mancanze di pensiero critico all'interno della società occidentale possano essere in grado di generare in ciascun essere umano che ne entri a far parte.
Bagnati resta in ascolto della bolla in cui Duang sente di essere immersa e lascia intuire sotto traccia, allo spettatore, in che modo, in una società utopica, l’esercizio alla critica sociale possa divenire da complesso esercizio alla più pura forma di contemplazione.
Risulta calzante a tal proposito la riflessione che in Belonging Syndrome appare sia allo spettatore sia alla sua protagonista come una necessità. Necessità, da parte dello spettatore, di rivolgere la propria attenzione verso ciò che lo circonda, e della protagonista di acuire il proprio sentire senza essere costretta a cambiare sguardo o ad effettuare una scelta a tutti i costi.

Avanzando nel tempo del racconto, la ragazza sembra utilizzare come bussola la prospettiva del suo sentire, mentre la regia e la sceneggiatura, quest'ultima redatta a sei mani, mantengono come priorità quella di salvaguardare l'intellegibile.
Nel film si scelgono inizialmente inquadrature accompagnate dai suoni della natura circostante e dalla voce di Duang, mentre il visivo ascolto dei monaci, nei loro più piccoli gesti e posture, permette di spostare lentamente la percezione su dettagli che, come suggerisce la stessa Duang, altri non notano.
La necessità della protagonista di analizzare il proprio sentire viene filmicamente accolta da un'atmosfera densa e vitale, ma percepita da Duang in contrapposizione a una qualche aspettativa esterna da rispettare. Tale sospensione sembra suggerire la prima fonte di smarrimento della protagonista e centralizzare nel frattempo la fragilità del patrimonio immateriale di ogni possibile cultura, l'inesprimibile desiderio che, attraverso la salvaguardia di essa, con le sue contraddizioni, si possa anche tenere al riparo il diritto all'inclusione del singolo individuo in ogni angolo del Pianeta.
Esiste allora un confine tra adattarsi e sentirsi pienamente se stessi? Si domanda Duang. Che ruolo ha in questo la nostra volontà?
La ripetizione di una medesima frase pronunciata dalla ragazza, in un momento diverso del tempo del racconto, sembra far assumere tutt'altra accezione alla sua identità. Duang si sente fuori posto, ma questa sensazione - che lei definisce come una lontananza o una stranezza - le permette di vedere. Per questo Duang sembra voler proseguire per sottrazione, abbandonare la volontà di voler capire a tutti i costi la sua vita.
Nel documentario la voce di Duang accoglie l'eclettismo delle sue stesse domande e si lascia ascoltare trasfigurata soltanto da lunghi attimi di silenzio e dall'ingresso delle voci di un coro, mentre la seguiamo intenti - da spettatori - a dedicarci anche noi all'ascolto attivo del paesaggio che la circonda e dei gesti di chi lo abita.

Già nell'immaginifico microcosmo di Oncle Yanco (1967), breve documentario dipinto dell'indimenticata Agnès Varda, la regista citava Jean Cocteau per aprire nuove porte ai suoi spettatori. In quel cortometraggio, in cui Varda elogiava una precisa visione della lentezza attraverso il suo caro quanto sconosciuto protagonista da cui il film prende il nome, si tentava di risvegliare un importante concetto sull'impossibilità. Facendo riferimento ad entrambe le opere, dunque, In Belonging Syndrome sembra di sentire la medesima eco di Cocteau che per noi oggi risuona attraverso Varda, ossia: Non puoi spiegarlo. Puoi sentirlo.

La sceneggiatura di Belonging Syndrome - coerente anche sulla sua ibridità nel processo creativo - è firmata da Francesco Bagnati, Francesco De Marinis, Davide Mattei (anche al montaggio), Francesco Zanin, Axel Quatanta (anche DOP) e Adriano Amrozinski.



