The tales of Muzungu (2025) di Lorenzo Caldarelli e Marco Pinnavaia
- 24 feb 2025
- Tempo di lettura: 7 min
La magia è accanto a noi, ma noi non la vediamo, (è) il mistero dell’incosciente, del sogno – è forse soltanto parafrasando queste parole di Alejandro Jorodowsky, e quindi ritrovandoci in una dimensione che potremmo definire spirituale poiché totalmente permeata dall'umanità, che si può iniziare a fare riferimento ad alcune delle sensazioni trasmesse allo spettatore in seguito all'ultima proiezione romana di The tales of Muzungu, il docu-film sul viaggio di Lorenzo Caldarelli nell’orfanotrofio Arise Orphan Children Uganda.
Nel docu-film di Lorenzo Caldarelli e Marco Vinz Pinnavaia sembra che si possa rintracciare quel pensiero di Jodorowsky secondo cui non possa esserci bellezza senza bontà o viceversa, e non possa esserci verità senza bellezza.

Dopo le vette intellettuali sfiorate dai giovani del Grand Tour e le scie lasciate in eredità alle future generazioni da coloro che hanno seguito ciecamente la volontà di andare alla ricerca di un luogo migliore in cui vivere, oppure di se stessi, promuovendone i risultati su Instagram, The tales of Muzungu ci fa fare finalmente un passo indietro. E lo fa, allontanandosi da quei viaggi che - come ben ricordiamo - hanno portato molti giovani ad attraversare più facilmente che in passato l’Europa negli ultimi dieci anni, senza peccare di presunzione.
The tales of Muzungu ci riporta, da un lato, a rivivere un certo slang, non solo linguistico, ma anche formale, strettamente connesso ai tardi anni Novanta – o inizio Duemila – forse a quell’utilizzo dell’analogico che era spesso e volentieri accompagnato da una cardiaca colonna sonora e da un’inesauribile ricerca della verità.
welcome to Jinja 🎶
Rivelandosi il più attuale possibile, il film di Lorenzo Caldarelli e Marco Vinz Pinnavaia si presenta come un documentario a tutti gli effetti e lo fa in un momento in cui il cinema stesso sembra aver dimenticato l'importante premessa secondo cui, per quanto banale possa sembrare, un documentario debba essere sempre senza sceneggiatura e senza scaletta.
The tales of Muzungu è un film che, nei suoi 75', è in grado di lasciare a ogni spettatore una sensazione molto diversa, ma comunicante, per la sua bellezza e intensità, tra i sedili della proiezione, proprio come potrebbe accadere a un gruppo di passeggeri coinvolti in una serie di inattese avventure mentre uniti in viaggio si muovono verso la stessa destinazione.
Al termine della visione ogni spettatore sembra essere stato messo a suo agio da Muzungu che, dal suo canto, dà molto spazio a innumerevoli ritratti in movimento e alla naturalezza dei soggetti filmati, mettendoci nella condizione di poter di ripensare ai viaggi che abbiamo fatto in passato, a quelli che abbiamo sempre voluto fare senza avere finora mai trovato il coraggio necessario oppure a quelli che, a malincuore, sentiamo di non aver mai fatto.

Il docu-film è diviso in due parti, ma, potenzialmente, anche in tanti film differenti.
Il diario di bordo di Muzungu, integrato in un secondo momento rispetto alle riprese, in fase di montaggio, è onnipresente nel viaggio anche quando quest’ultimo non è un riferimento esplicito, anche quando la tecnica della sovrapposizione delle immagini allude alla stratificazione del testo filmico, poiché lo fa non tanto per mostrarci come il film è stato realizzato, quanto per farci sentire come è stato vissuto dal suo protagonista.
Per il trasparire di questa sua istintiva stratificazione The tale of Muzungu è un documentario che resta davvero documentario anche nella manifestazione del suo tono più intimista.
Nella prima parte del film si dà ampio spazio al desiderio di evadere del protagonista. Un'evasione dalla realtà che Muzungu, ora ribattezzato in Uganta, ha appena lasciato alla sue spalle. Il suo appare come un movimento necessario, poiché dettato dalla volontà di seguire il suo desiderio di conoscenza quanto di lasciare indietro quello che ormai non potrà più continuare a far parte del suo cammino. Questo desiderio di Muzungu però non si cristallizza, evolve, si trasforma costantemente nel corso del film, e invece di riflettersi solo negli occhi del protagonista si riflette anche negli occhi dei bambini che Muzungu incontra. Entrambi di fronte alla camera, un po' per volta, esplicitano tanto filmicamente quanto emotivamente la teoria della relatività, arrivando a scoprire di avere qualcosa in comune.
Scrivere forse è l’unico modo che ho di parlare con loro.
Muzungu muove i suoi passi da solo, senza un'associazione che lo sostenga.
Quello che inizialmente si presenta come un'innocente dimostrazione di forza da parte di Muzungu si trasforma presto in una nota distorta di sofferenza. La consapevolezza del protagonista sulle condizioni di vita dei bambini nell'orfanotrofio in Uganda diventa un'onda dapprima insostenibile e poi di empatia in crescendo. Grazie al suo aiuto i bambini hanno accesso al minimo indispensabile, ma per Muzungu questo non è un compromesso accettabile. Potrebbe non esserlo mai. Muzungu cerca allora di condividere tutto con loro. Rispondendo al loro dolore con un sorriso, nei momenti di difficoltà, e – viceversa – ammette: quando sono triste i bambini mi aiutano con le loro risate.
In Uganda l'apprendimento è molto lento. I bambini hanno bisogno di energie.
Come può un bambino andare in una scuola così? Senza un tetto…
Muzungu vuole agire per poter cambiare le cose anche nel suo piccolo ed è la dimostrazione di come una piccola intenzione possa essere potente. A partire dalla soggettiva esperienza di un viaggio il progetto di Muzungu si estende, non si esaurisce nel documentario, diventa un To Be Continued verso l’Altro ma non senza partire dall'amore per se stessi, in quello di assecondare fino in fondo la propria avventura. Dall'orfanotrofio, che Muzungu inizia a conoscere a sostenere con le attività di un locale barber shop, accompagna queste alle adozioni per le scuole: perché - per lui - tutto inizia da lì. E tutto, da lì, può fare la differenza.
L’enfasi sull'essere da solo a proseguire questo viaggio non è data solo dalle parole pronunciate da Muzungu all'inizio del film, ma si percepisce costantemente dai suoi stati d'animo, la camera - intimamente - diventa il tramite tra noi e lui, e tra lui e le zone talvolta più remote dell'Uganda.
Avvertiamo a ogni tappa la sua percezione di trasportare un bagaglio importante, un patrimonio culturale immateriale che procede di pari passo con le sue domande a coloro che incontra. Nel racconto delle comunità di bambini che vivono da soli, che non hanno niente ma paradossalmente hanno tutto, si evince come il più grande badi al più piccolo. Più dura sarà nelle bidonvilles. Muzungu mostra interesse nel scoprire cosa e come si preparano da mangiare, quali sono i tempi per far sì che questo avvenga in minor tempo possibile in base alle condizioni metereologiche. Cosa fai durante la giornata?, chiede Muzungu, A che ora inizi a lavorare?
Cosa vuoi fare da grande?
Emergono quindi diverse prospettive. La consapevolezza di Muzungu di non poter cambiare il mondo è contrapposta a un profondo desiderio di esserci (nel presente e pienamente), di fare la differenza.
Ed è una volontà che si fa strada con decisione, senza voler programmare. Ed è anche senza fare progetti che si accede alla parte onirica.
La camera mostra per la prima e unica volta allo spettatore un punto di vista alterato. Una percezione data dalla sovrapposizione di colori, dal viola acceso e al verde fosforescente. I colori del sogno. L’interesse per il mistero dell’esistenza di Muzungu, resaci più famigliare da un pizzico di ironia in una chiamata a un amico, è poi contrapposta alla scoperta del beneficio dell'ascolto di un silenzio rassicurante.
Muzungu porta con sé - in quest'avvenuta - il suo kimono, lo lascia quasi per ultimo. Nelle sue borse ne ha anche altri e li fa indossare ai bambini.
Abbiamo inventato un gioco, dice, la leggenda dei ninja di Jinja.
All'imminente scandeza del visto decide infine di acquistare una bicicletta. Anche quest'ultima appare una bellissima utopia tutta da costuire di fronte alla sua camera a mano. La bicicletta diviene infatti mezzo di trasporto e metafora del suo essere lì.
Durante la seconda parte del suo viaggio in Uganda, Muzungu incontra chi lo chiama Fratello. Chi, pur senza conoscerlo, lo fa sentire fortunato anche di fronte al prossimo, come di fronte a un maharaja.
La strada, nel frattempo, anch'essa manda dei segnali al protagonista, gli indica, attraverso l'Altro, che vede come punto di riferimento, come unica bussola - quando sia più opportuno fermarsi.
Il percorso di Muzungu in Uganda restituisce il sonoro dell'Africa. I dettagli delle tradizioni dei pescatori e il timbro delle loro curiosità. La velocità che si concede misurabile soltanto a partire dall'uso delle proprie gambe. L’entusiasmo puro. I colori caldi di alcuni paesaggi che avanzando diventano più lontani e al contempo benzina per l'anima del protagonista che si fa strada senza carburante. La fatica. L'imprevisto, le riflessioni, il tifo, la malaria e la malattia si accompagnano, in un solo scorcio, alla crudezza che quest'ultima porta inevitabilmente con sé.
Quel che è prezioso in quest'opera è che non c’è mai un’interferenza tra la camera, la volontà di realizzare il film e la manifestazione dei dubbi che questo desiderio possa portare con sé. In The tales of Muzungu la scrittura, per il suo protagonista, è sempre parallela alla vita che scorre davanti a lui e, forse, proprio per questo alcuni momenti scanzonati, in cui l'entusiasmo è contaminato dalla disillusione, riescono a strappare con leggerezza più di una risata allo spettatore, disinnescando la linea del se vuoi, puoi, ma senza tralasciare di mostrare la debolezza da cui un simile pensiero deriva.
The tale of Muzungu trasmette allo spettatore quel desiderio di avventura del viaggiare senza romanticizzazione del viaggio. Nel filmare il suo passaggio Muzungu sa di essere solo un viaggiatore, si toglie le scarpe e non fa fatica ad ammettere che possa trattarsi anche di un documentario su di lui, sulla sua storia, perché Muzungu talvolta è anche l'archetipo del viaggiatore della notte, tra i neon che incontra per le strade dell'Uganda, quando - con una sensoriale eco a Lost Highway (1997) di Lynch - riconosce con sempre maggiore consapevolezza l'importanza del bagaglio che porta con sé. Il docu-film restituisce l’idea di un bagaglio fatto di volti, più che di luoghi e il To Be Continued che segue un finale più volte rimandato è, senza dubbi, una meravigliosa cadenza d’inganno.



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